Lux in fracta è un brano per ensemble di cinque strumenti (flauto, clarinetto in si bemolle, violino, violoncello e percussioni miste) che pone al centro la ricerca timbrica. La scelta di due strumenti a fiato e due ad arco trova un contraltare nella sezione delle percussioni, le quali, da semplici parvenze rarefatte, assurgono gradualmente a presenze sempre più stringenti: dal sibilo del piatto sospeso e il tintinnio del triangolo si giunge al legno secco del woodblock, fino alla chiusura icastica con i tom-tom. Il titolo, in latino, richiama il materiale genetico del brano: l’incipit del Kyrie della Missa I gregoriana (Lux et origo). Questo spunto melodico viene sottoposto a permutazioni, sottrazioni e variazioni, diventando matrice di un dittico formale, diviso in due sezioni di circa tre minuti ciascuna. La prima parte (fino alla battuta 37) si sviluppa in un clima lento, luminoso ed etereo, centrato sulla scala minore naturale. La melodia gregoriana viene rielaborata attraverso canoni e giochi contrappuntistici, mentre l’esplorazione timbrica degli archi — colpi d’arco variati e armonici in particolare — lascia filtrare la “luce” che progressivamente si consuma e si infrange, preparando la transizione alla seconda sezione. Dalla battuta 39 si apre la seconda parte: il carattere si fa energico, meccanico e ritmicamente incalzante. La melodia originaria - ormai ridotta a puro pretesto - sopravvive in altezze isolate e combinazioni variate, intrecciate in una sorta di polifonia di cellule che si inseguono e si contrastano, non facendo più passare un barlume di luce. Un episodio dialogico tra woodblock e violino solo crea una sospensione, subito assorbita dalla ripresa sempre più serrata del ritmo in quartine di semicrome. Nelle battute conclusive archi e fiati convergono su un impianto omoritmico, sostenuto e contrappuntato da sparuti interventi delle percussioni, fino alla totale coincidenza ritmica nella penultima battuta. Il brano culmina in un più che fortissimo, seguito dalla richiesta di un silenzio assoluto, che suggella e completa la forma: la luce non è più infranta, ma come inghiottita in un buco nero…